PUBBLICATO OGGI SUL “QUOTIDIANO DEL SUD” Riflessione sul PD dopo il 4 marzo

PUBBLICATO OGGI SUL “QUOTIDIANO DEL SUD”
Riflessione sul PD dopo il 4 marzo
L’origine di tutti i mali è nelle leggi elettorali che hanno espropriato i cittadini della capacità di scelta degli eletti e, forse, il maggioritario “porcellum”. L’antecedente, invece, di questa caporetto può essere individuato nel 40% di Renzi alle europee del 2014, con i simboli della rottamazione. Apparve come lo “start” per tutti i dirigenti, di tutti i livelli del Partito Democratico. Data l’ipotesi “vittoria su tutti i fronti”, segue la tesi: “tutti alla ricerca di una collocazione” alle tornate elettorali successive. E cominciò la guerra di tutti contro tutti per la candidatura a Sindaco, a Presidente di Provincia, al Consiglio Regionale, al Parlamento nazionale, che sembrava doversi sciogliere da un momento all’altro.

E, quindi, è iniziata una lotta fratricida ad escludere dall’orizzonte politico ogni possibile avversario. Chiunque avesse potere decisionale all’interno del Partito lo utilizzava per liberarsi di avversari interni anche solo sospettati di poterne intralciare i cammini verso carriere più avanzate. C’è stato un primo campanello d’allarme, che avrebbe potuto illuminare le menti su questi comportamenti nefasti: le elezioni del Consiglio Provinciale, nell’autunno successivo. La forzatura sulla candidatura FOTI, e sulla lista unica composta da candidati funzionali solo ai capi corrente. “Tanto abbiamo già vinto” non funzionò. Nessuno, però, se ne avvide e non si fece la valutazione politica conseguente. Si considerò la sconfitta come il frutto di “tradimenti” di bassa lega e si procedette, nella convinzione che a breve si sarebbero sciolte le Camere e si sarebbe andati al voto.

L’anno successivo ci furono le elezioni del Consiglio Regionale e le candidature furono fatte sulla base di logiche di stretta appartenenza, senza considerare la necessità di chiamare tutto il Partito alla competizione: bastava eleggere un Consigliere, purchè fosse!
Nel 2015 la grande crisi ci vedeva a metà del guado e vincemmo alle regionali anche perchè funzionò la sirena del grande rinnovamento e dello spostamento delle risorse a favore del lavoro. La vittoria alle regionali del 2015 venne anche in seguito al cosiddetto patto di Marano. Quel patto si rovesciò come tempesta sulla provincia di Avellino con la concessione in una sorta di subappalto politico a De Mita e D’Amelio. La sua forma originaria fu il Progetto Pilota, pensato per l’Alta Irpinia. Sotto la pressione di De Mita si allargò a Comuni della Terminio-Cervialto. Nusco pretese il riconoscimento di capofila e, con i primi accordi scellerati, il suo Sindaco ne divenne Presidente. Si cominciò a materializzare il disegno che chiamammo “cirietta”: Ciriaco e Rosetta.

Poi, sempre in vista della prossima vittoria certa, si rimosse il segretario provinciale, con il concorso di molti, e con motivazioni diverse e forse opposte. E non fu convocata l’assemblea provinciale per gli adempimenti. Si preferì, raccontando favole a Roma, insediare un “Direttorio” formato dai quattro “istituzionali”. E ciascuno dei quattro stabilì il “proprio orizzonte” delle alleanze, scegliendo tra quelle nazionali e quelle regionali, a seconda del massimo di convenienza.

Alle elezioni comunali del 2016 assistemmo alle prime eliminazioni incrociate: D’Amelio costruiva liste insieme a De Mita, con la copertura della segretaria regionale Assunta Tartaglione che sancì si potessero fare “liste civiche anche con iscritti al PD in liste contrapposte”, nei comuni al di sotto dei 15.000 abitanti. E con questo sciolse il Partito come unità politica in 115 dei 118 comuni della provincia! Il cosiddetto Direttorio lasciò fare. E così la D’Amelio si “sbarazzava” dei suoi compagni di partito non allineati e De Mita di quelli che non lo seguivano nei suoi “percorsi di convenienza”. Ulteriori epurazioni si compirono alle amministrative del 2017. E si consolidò l’alleanza tra D’Amelio e De Mita, con il silenzio complice di De Luca, Famiglietti e Paris.

Abbiamo motivo di ritenere che questo processo ad escludendum si sia verificato in tutti i territori o, almeno, in tutta la Regione Campania: liberarsi di competitori interni in vista di elezioni nazionali e con una legge elettorale che vedesse designati da Roma i candidati. Le elezioni, però, si allontanavano, mentre il tessuto del Partito e la logica dell’appartenenza venivano sistematicamente distrutti, con la scelta di alleanze funzionali solo all’autopromozione. Tutto questo accadeva mentre in provincia si intensificavano le pratiche di tesseramento con l’utilizzazione di vari Pinco Pallino che arrotolavano i quindici euro da consegnare a ignari tesserandi! E, nell’affannarsi sulla quantità dei tesserati iscritti non al PD ma ad un “potente”, nel tempo abbiamo dimenticato di guardare al nostro naturale orizzonte sociale.

Abbiamo dimenticato che il problema lavoro è strutturale, e considerato i disoccupati come l’esercito di riserva non già del mercato del lavoro ma corpo elettorale, da pilotare con promesse di “posto” all’indomani di ogni elezione. E tanti oggi fanno come quel tale che prima ammazza il padre e dopo chiede clemenza ai giudici perché è rimasto orfano. Tanto è!
Abbiamo dimenticato che gli operai sono anche essi portatori di bisogni, e rinunciato alla loro tutela da abusi di un mercato illiberale. Li abbiamo, invece, dati per privilegiati sociali.
Abbiamo considerato i giovani come clientes, e abbiamo ridotto l’iscrizione a “Giovani Democratici” alla stregua dell’iscrizione all’ufficio di collocamento. Utile a tenerli legati al carro del potente accreditato dalla fabbrica. E stiamo assistendo al ritorno della grande migrazione. Con scarse prospettive di ritorno: quando emigra un giovane di età compresa tra 25 e 40 anni, si presume che metta su famiglia dove ha trovato lavoro. E si desertifica il territorio di provenienza!

Abbiamo dimenticato il welfare come diritto consolidato, a fronte di una tassazione spinta. E il socio-sanitario sta progressivamente perdendo la parte “socio” e inasprendo i costi del “sanitario”. Nella “sanità votificio” si è ben curati se si dispone delle conoscenze giuste nel posto giusto o se si dispone di tanti soldi per ricorrere agli specialismi, magari oltre regione perché i “nostri specialisti” (che ci sono! e sono tanti) hanno liste d’attesa dai tempi stellari!
Abbiamo dimenticato che in agricoltura occorre il giusto equilibrio tra il sostegno all’oggi, in cui è dato il grande bisogno, e il futuro che sarà garantito da innovazioni di processi e di prodotti o dalle macchine operatrici, allo stesso modo che le grandi infrastrutture viarie e ferroviarie.

Abbiamo dimenticato che la scuola non è un progettificio, e sperimentazione perpetua, con tagli agli investimenti strutturali, con insegnanti strumento di pratiche di dubbia finalità educativa. E siamo entrati nella logica di “cambiare ad ogni costo” con la sesta riforma in venti anni. Dentro le alternanze scuola lavoro dall’incerta, o fantasiosa e servile attuazione, non abbiamo discusso di un progetto-scuola, forse perché non avevamo un serio progetto società del futuro.
Abbiamo dimenticato il disvalore assoluto del dissesto idrogeologico e nascosto il valore sovrano dell’acqua. E abbiamo rinunciato a mettere in sicurezza il territorio, arrancando sulle reti idriche colabrodo.

Tutto questo può essere sintetizzato in un’unica, grande amnesia: abbiamo finto di non sapere che esiste e si aggrava la Questione Meridionale. Sui tavoli romani abbiamo avuto vergogna di aprire questa narrazione, lasciandola a qualche convegno intellettualistico, come se potesse essere un problema da futuro remoto!
E non ci domandiamo perché nelle regioni del Nord, amministrate da Lega e destra, o in quelle del centro-nord amministrate da PD e centro sinistra, il vento del M5S non ha spazzato via tutto e si è tenuto attorno al 20%. Al contrario, nelle regioni del sud, governate da PD e centrosinistra, il M5S va vicino al 50%! Una ragione ci sarà.

Dunque, quando si giunge alle politiche del 4 marzo, l’alleanza tra il PD e il suo principale avversario De Mita è un fatto compiuto. Il collegio uninominale dell’Alta Irpinia al giovane De Mita è nelle cose. Solo che resta indigesto, per ragioni uguali e opposte, sia ai demitiani che ai dem, anche nei comuni in cui quell’alleanza ha prodotto le vittorie nel 2016 e nel 2017. Invece la composizione delle liste è diventata la grande foglia di fico che copre le nudità di un re senza regno! Il voto vincolato tra liste e candidato uninominale ha fatto il resto!

La conseguenza politica sta nel fatto che oggi assistiamo all’onda di ritorno dello tzunami annunciato: la scarsa appetibilità del PD, annidata in tutte le categorie sociali, emerge prepotente e senza più scogliere a difesa. Al commissario Ermini, che ritiene il Congresso da fare subito come la risoluzione di tutti i mali, voglio ricordare che il sommo di tutti i mali politici della città sta nel fatto che lì non è stato, mai!, celebrato un Congresso cittadino e che la gestione del Partito in città è stata affidata ai diversi circoli, ognuno dei quali ha un proprio, rispettabile, nome e cognome. Senza organismi cittadini la città resterà sempre preda degli appetiti di tutti i predoni politici e vittima, e carnefice a un tempo, della struttura provinciale.

Chi sarà disposto a fare i primi passi del bagno di umiltà, alla ricerca della ricomposizione del tessuto sociale su cui fondare la ricostruzione del tessuto politico in via di liquefazione? Chi sarà disponibile a far ritorno a un tesseramento che riparta da chi intenda impegnarsi nella politica di promozione del territorio, superando i pacchetti del clientelismo?
Stiamo tentando sugli organi di stampa una parvenza di analisi del voto: si sono perduti i luoghi per il confronto faccia a faccia e, per conseguenza, sono esaltati i rapporti privatistici nella gestione del partito. Costruire è sempre più difficile che distruggere. Ricostruire è ancora più complicato, e ha bisogno di un enorme coraggio. Anche perché nelle piccole comunità sono facilmente riconoscibili i distruttori di ieri!

E il primo edificio da ricostruire è proprio il Partito come tale e i suoi luoghi. E questo è il nostro “hic Rhodus hic salta!”
Noi ci siamo. Lo abbiamo fatto per tutta la vita e non rinunceremo oggi. Conosciamo le nostre colpe e sappiamo le nostre risorse. A partire dalla credibilità sociale, morale e politica. E sappiamo che per questa impresa c’è bisogno di tutti: nessuno escluso. A questo siamo chiamati già nei prossimi due mesi, alle prossime elezioni amministrative che, forse, giungono troppo presto perchè riusciamo ad essere di nuovo “appetibili”. Questa è, bensì, la prima ineludibile pietra dell’edificio da ricostruire!
Rodolfo Salzarulo

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